domenica 2 febbraio 2014

"Che non si muore per amore, è una gran bella verità" (Post fata resurgo)

Ho cambiato l’interfaccia al blog.
Io, qualsiasi cosa se ne dica, i cambiamenti li odio. Sono una persona fondamentalmente nostalgica, tutto dovrebbe rimanere esattamente com’è, in barba al gattopardesco motto che affinchè questo avvenga, tutto deve cambiare.
Non che il futuro mi spaventi. Ma diciamo che, forse alla fine come tutti, quando raggiungo un equilibrio mi piace mantenerlo. Non voglio novità, non voglio stravolgimenti di sorta. Voglio tranquillità, cosa che per carattere o per contingenze esterne, non sono quasi mai riuscita a trovare.
Ma nella vita niente rimane cosi com’è, e sarebbe anche un rischio augurarselo. E poi alla fine della giostra, scopri che il cambiamento era forse la cosa più sensata e giusta che ti potesse capitare. Perché infondo, a cosa serve mantenere in equilibrio una situazione che ti ha sempre fatto più male che bene? A cosa serve raccontarsi bugie su bugie, perché semplicemente si crede stupidamente che ‘’mollare’’ sia segno di debolezza o di sconfitta?
Io ho creduto per mesi di essere stata sconfitta. Lo credi quando ti guardi allo specchio con fatica e non ti piace la tua immagine. Lo credi quando non trovi più stimoli in niente, quando il semplice alzarti dal letto e fare ciò che devi fare ti sembra un’impresa titanica, qualcosa per cui dovrebbero darti una medaglia d’oro ogni singolo giorno che ci riesci.
E’ dura accettare che quello per cui avevi tanto duramente lottato viene distrutto, proprio ad un passo dalla realizzazione totale dei tuoi obiettivi, dei tuoi sogni.
E sono poche le cose che puoi fare: o affondi, o reagisci. Io sono affondata. Per tanto tempo. Fin quasi a non farcela più. Però per fortuna Battisti aveva ragione, che non si muore per amore è una gran bella verità.  Ed è altrettanto vero che un giorno ti alzi e non ci pensi più. No, vabbè, questa è una cazzata. Sarebbe bello alzarsi e smettere di pensare a chi ci ha fatto del male: purtroppo le persone che ci hanno ferito in maniera profonda, rimarranno sempre nella nostra vita. In una risata che ci ricorderà di loro, o come un demone nascosto sotto il letto, pronto ad assalirci al primo momento di cedimento, di umana debolezza. E perché infondo alla fine, niente si dimentica davvero.

Tutto ti rimane dentro, indelebile come un tatuaggio. A ricordati cosa ti hanno fatto. Cosa ti sei lasciata fare.
Però si, dentro di te qualcosa cambia e capisci, e soprattutto accetti, che la vita è cosi. E’ veramente stronza: può darti tanto e toglierti anche di più l’attimo dopo. E’ la vita, ma non è l’amore, e capirlo ed accettarlo cosa veramente tanta energia.


Ma non è l’amore mentire guardando negli occhi la tua donna. Non è amore sminuirla, farle credere che nemmeno la sua parte migliore valga qualcosa, creando una sorta di dipendenza psicologica per paura che lei si accorga che il vero debole sei tu e ti lasci solo a combattere con i tuoi demoni. Semplicemente perché si è troppo deboli e vigliacchi per chiederle di rimanere, di non andarsene. Non è amore farle ingoiare bugie su bugie, insultarla ed accusarla di cose che poi si commettono per primi. Non è amore tradirla o farla passare per pazza, è la vita. Non è amore arrivare a metterle le mani addosso e non rendersi minimamente conto del male che si riesce a fare ad una persona. Psicologico soprattutto, perché i lividi se ne vanno. E’ la vita, forse, ma di certo non è l’amore.

E allora ben venga il cambiamento, che ti fa capire tutto, ti fa aprire gli occhi e dire che si, non è amore e allora merito anche di meglio. Che tutte meritiamo di meglio.

E se è vero che nella vita tutto torna, auguro di cuore a chi di dovere di avere spalle abbastanza forti da riuscire a sopportare il peso che tempo fa hanno condannato me a sopportare.

“Non il suo amore, non il suo bene, ma solo il sangue secco delle sue vene”.

venerdì 29 marzo 2013

I grillini? I fashion blogger della politica.


Il meraviglioso mondo del world wide web ha avuto il merito di abbattere le barriere geografiche, culturali e anche politiche. Tutti grazie al web possiamo conoscere mondi nuovi, culture diverse dalla nostra e possiamo avere il famoso quarto d’ora di celebrità wharoliano. Il problema è che appunto il web è veramente a portata di tutti, o quasi.  E come tutte le cose c’è il rovescio delle medaglia: cosi se da un lato possiamo fare nuove scoperte ed approfondire le nozioni che già abbiamo, dall’altro internet permette di avere i 15 minuti di celebrità veramente a tutti. Ed ecco quindi l’invasione di scrittori, critici, modelle, cantanti  e le mie adorate fashion blogger. Ma ultimamente c’è un fenomeno, tutto italiano, che infesta il mondo del web e purtroppo dopo le recenti elezioni anche il Parlamento Italiano. Sto parlando degli amati/odiati grillini, figli del movimento 5 stelle. Io personalmente, rientro nella categorie di persone non che odiano il movimento, ma che non lo riescono a comprendere. Quando nacquero i primi vaffaday di Grillo nel 2007 ho anche firmato la petizione in cui si chiedeva la non candidabilità per i condannati, il limite di due mandati e la riforma della legge elettorale porcellum.  Più di una volta in passato, mi è capitato di pensare che Grillo si battesse per cause giuste, specialmente in alcuni punti. Oggi il Movimento, dopo 5 anni di urla ed improperi verso qualsiasi essere vivente non la pensi come loro, è arrivato in Parlamento con un notevole terzo posto appunto alle ultime elezioni politiche. La mia posizione nei loro confronti però , come già scritto su, è decisamente cambiata. Non comprendo qual è la logica che li muove, perché ascoltando, leggendo, informandomi, vedo solo contraddizioni su contraddizioni, mancanza di coerenza e soprattutto di un vero e proprio piano.  Dietro le quinte del Movimento si sa, c’è GianRoberto Casaleggio, un furbone di marketing e strategie di rete che con la sua Casaleggio Associati ha dato vita al successo del Movimento, proponendo (ed attuando)  l’idea del blog a Grillo quando lo conobbe dopo un suo comizio nel 2004, ben conscio dei poteri che la rete può dare (mentre  a quanto pare il comico genovese l’unica cosa che sapesse fare con un pc, era romperlo sul palco). Per alcuni Casaleggio è un santone, per altri un pazzo visionario che proclama che nel 2054 voteremo in rete per un governo chiamato Gaia, non prima di essere passati per una terza guerra mondiale ed un altro blocco Occidente-Oriente che non manca mai. Ed eccoli allora partire a fare quello che tecnicamente si chiama crowdsourcing, ma che visto come sono andate le cose si può tradurre con un: urlare due tre ovvietà ad una folla (crowd) di gente che non arriva a fine mese manco pregando insieme il Divino Otelma e Solange, e che se gli dici che “gli altri sono tutti ladri” e “noi promettiamo 1000 euro al mese ai disoccupati” il voto te lo da insieme anche ad una bella sacca del suo sangue. Il tutto ovviamente portando avanti la teoria della trasparenza della rete, della democrazia del web eccetera eccetera. Ed ecco che finalmente, dopo mesi ed anni di insulti rivolti a praticamente i tre quarti del globo terracqueo, i grillini si attestano ad un dignitoso terzo posto, dopo Pd e Pdl. Ma per quanto mi riguarda, i deputati del Movimento Cinque Stelle, altro non sono che i fashion blogger della politica italiana. Cosi come  quelli si innalzano a guru della moda facendoti credere che sei un pazzo esaurito e che non indossando quegli obbrobi che loro si ritrovano addosso mettendosi su del vinavil e lanciandosi a razzo nell’armadio tu compi un suicidio sociale, cosi i grillini ti fanno credere che non votando, non accettando le loro idee tu compi un omicidio perché ammazzi la possibilità di vedere (cito testualmente, perché credo che sia veramente un’affermazione degna del miglior Fabio Volo) “la bellezza della loro rivoluzione”. Fondamentalmente insomma, nessuno dei due dice niente e sa niente, sia di moda che di politica ma ti fa credere di essere un espertone senza i cui consigli tu fai meglio a rifugiarti in un convento di monaci trappisti. I grillini, pardon, Grillo e Casaleggio hanno sempre promulgato l’importanza della democrazia e della trasparenza del web, perché il web permette una partecipazione di tutti nello scegliere i candidati. Si. Certo. Spiegatelo alle vostre nonne  e nonni che devono ancora capire come funziona la televisione senza la manovella ma col telecomando. E poi trasparenza? Sul web chiunque può postare la prima cavolata che gli passa per la testa, spacciandola per vera. Ovviamente c’è da considerare anche il livello di intelligenza che c’è dall’altro lato: a me più di una volta sono arrivate email  su twitter in cui mi si chiedeva come mai digitando “Anna Bolena” su facebook non si riuscisse a trovare il mio profilo. E tu capisci che… Insomma trasparenza un tubo, e democrazia tantomeno. Proprio l’altro giorno il leader maximo -1 (perché il maximo maximo è Gianrobby) si è scagliato contro presunti troll, elfi, puffi ed altri simpatici esseri incantati rei di  scrivere commenti contro il Movimento, ovviamente pagati dalla k4sta: l’idea, democratica, che ci possa essere qualcuno non concorde o non più concorde con le loro idee non è nemmeno presa in considerazione, e il passo successivo è una democraticissima cancellazione dei commenti in questione. Per non parlare poi della tanto sbandierata sciabolata all’editoria, facendo del blog l’unica e sola fonte di informazione a cui attingere. Le contraddizioni su Grillo poi si sprecano: una fra tutte potrebbe essere quella di chiedersi come mai, dopo tante urla contro certi sistemi, nel 2003 il comico decise di usufruire per ben due volte del condono tombale per le sue aziende. Il Movimento poi, specie ultimamente, dice alcune bestialità che quando le senti quasi ti viene da sorridere tanto son cretine. “Legiferare senza governo, come fecero in Belgio!” Si, bravoni. Peccato che intanto noi qui siamo in Italia, abbiamo una Costituzione un po’ diversa. Ma soprattutto poi vai a rivedere e tac, scopri che in Belgio all’epoca protestarono pure in mutande contro la paralisi a cui il Paese era andato incontro con quella furbata.  I grillini, con la stessa umiltà tipica di Mourinho, non ci pensano nemmeno ad allearsi col PD che la sovranità popolare ha decretato vincitore e pretendono un governo esclusivamente Cinque stelle: ecco quindi un bel blocco al Paese, che tanto già non ne avevamo abbastanza. E senza nemmeno la possibilità di cambiare la legge elettorale che forse, forse, ci permetterebbe di non fare cosi schifo alle prossime probabilmente ravvicinate elezioni. Grazie grillini eh.  Ma guai a far notar loro queste cose: i grillini sono cosi, un po’ come quei sognatori che ti tirerebbero una sberla quando fai notare loro che la realtà è diversa. Se provi anche minimamente a chiedere spiegazioni sui punti un po’ all’acqua di rose che permeano il loro programma, ti senti rispondere che la risposta già l’hanno data più volte ma che tu per il semplice fatto di non essere grillina  sei una povera idiota e nemmeno te ne sei accorta. Ovviamente la risposta in questione mai esiste e mai esisterà, se non quella che tu sei della casta e loro soffrono nel vedere che non ti rendi conto di quello che succede e sta succedendo.


venerdì 15 febbraio 2013

"Ma chi vince Sanremo entra di diritto ad Amici?"

Bene, le canzoni ce le siamo sentite tutte comprese quelle dei giovani. La mia "profezia di sventura" si è avverata: nei primi posti della classifica ritroviamo esattamente le canzoni da me pronosticate. Ma cominciamo dall'inizio e proseguiamo via via verso la tragedia.
Apertura affidata questa volta a Luciana Littizzetto con un monologo apparentemente sarcastico sugli uomini ed i loro atteggiamenti/comportamenti capaci di rendere nevrastenica perfino una seguace di Madre Teresa di Calcutta; ma la comica torinese non poteva sicuramente banalizzare cosi la giornata di ieri. No, non mi riferisco a San Valentino...sto parlando del V-day la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, caratterizzata purtroppo proprio dell'ennesimo caso di omicidio di una donna avvenuto per mano del proprio compagno: mi riferisco all'assassinio della modella sudafricana Reeva, uccisa dal compagno (per sbaglio?) campione olimpico Oscar Pistorius. Nella giornata di ieri sono stati organizzati flash mob danzanti in tutto il mondo per dire basta alla violenza sulle donne: e cosi anche Luciana sul palco dell'Ariston ha danzato, con tanto di corpo di ballo,  sulle note di "Break the chain" (spezza le catene) di Tena Clark canzone scelta come colonna sonora dell'evento. Non prima però di aver ricordato a tutte le donne, e gli uomini che "l'amore non spezza le costole, non ti lascia lividi sulla faccia".
Ma abbandoniamo gli argomenti seri e torniamo a occuparci del faceto. Ordunque, avendo già ascoltato le canzoni non rifarò una classifica ma mi limiterò a dare pochi personali giudizi.

Elio, Silvestri, Gazzè, Cristicchi: vincono a mani basse. Compreso Simone la cui canzone, come avevo previsto, dopo un secondo ascolto rientra tra le più belle di quest'edizione.

Almamegretta, Marta sui tubi, Malika Ayane: promossi ma con debito. Ovviamente parlo di gusti personali, non smetterò mai di ripeterlo e credo che anche qui valga la regola del riascolto, cosi come fu per Cristicchi.

Gualazzi, Molinari e Cincotti, Chiara, Annalisa: non mi convincono. Non mi coinvolgono, non mi fanno venire voglia di fermarmi e rimanere ad ascoltarli senza distrarmi.

 Mengoni, Modà, Maria Nazionale: una triade peggiore l'ho vista solo nel 2010, con la conduzione della Clerici con Scanu, Pupo e Filiberto e anche quella volta Mengoni. Roba da preferire il rumore delle unghie sulla lavagna.

Purtroppo il Festival di Sanremo non è più da tempo quel concorso serio di mille anni fa, altrimenti canzoni come appunto "Italia amore mio" nel 2010 o "Se si potesse non morire" dei Modà di quest'anno, non solo non sarebbero mai arrivate in finale, ma non sarebbero mai arrivate da nessuna parte e basta. Invece no. Il potere, soprattutto grazie alle loro fan,di questi gruppi e cantanti privi (si, giudizio soggettivo mi sono stancata di ripeterlo) di qualsiasi voglia talento ma con alle spalle major ed operazioni commerciali/di marketing che nemmeno la bonanima di Micheal Jackson, conferma il fatto che ormai il Festival è diventato uno scimmiottamento o peggio, un proseguio dei talent show che appestano il panorama televisivo da qualche anno. Avevo già scritto che avevo molto apprezzato il diniego di Fazio davanti alla partecipazione degli ex talent alla manifestazione canore, ed invece il potere de filippiano continua a stagliarsi sull'Ariston, manco fosse Voldemort. E purtroppo si sa, il popolo tra Gesù e Barabba, scelse Barabba.


Al contrario delle serate precedenti, la serata è stata allietata dagli ospiti previsti in programma. Primo fra tutti, l'uomo della mia infanzia (e di chissà quante altre persone), lui che sbagliò rigore al mondiale ma che diamine, gli si perdona tutto..lui che da quando non gioca più non è più domenica: Roberto Baggio. Sempre un bel vedere, calmo e pacato come tutti i buddhisti, parla del suo impegno politico e della sua vicinanza con il premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi e infine legge, emozionato ed anche un pò impacciato, una lettera indirizzata ai giovani compresi i suoi tre figli.
Due gli ospiti musicali: Antony and the Johnson e Leonora Armellini.
Il primo, un omaccione di origini inglesi  che ha collaborato con Lou Reed, Bjork, Battiato ed Elisa (and much more) si esibisce con il brano "You are my sister" autobiografico e dedicato appunto alla sorella.
Ed ora la pianista, su cui voglio soffermarmi giusto un attimino.
Intanto con un nome del genere "Leonora Armellini" (l'armellino, per chi non lo sapesse è quella pelliccia bianca puntellata di nero dei mantelli reali) cosa poteva fare se non la pianista? Comunque, battutone a parte. A dodici anni, quando io decidevo di giurare eterno amore a Nick Carter, lei si diplomava con lode e menzione d'onore al conservatorio. Poi a 17 anni, quando io mi rendevo sempre più conto che Nick ignorava e avrebbe ignorato la mia esistenza (oh, ci vuole tempo per assimilare certe verità), lei si diplomava summa cum laude all'accademia di Santa Cecilia a Roma, suonando poi con un numero impressionante di musicisti nei più importanti teatri mondiali, arrivando a vincere nel 2010 il premio internazionale "Chopin" a Varsavia. E proprio sulle note di Chopin si è esibita ieri l'artista padovana.  SENZA SPARTITO.

Ps: un ringraziamento a mio papà che riascoltandosi l'esibizione della pianista ha sentenziato: "Ha sbagliato UNA nota". Grazie papà <3


Stasera la quarta puntata, sperando che il televoto si ribalti.

giovedì 14 febbraio 2013

Seconda puntata tra modelle ed ex premier dame

Ed anche la seconda puntata del Festival è passata. Decisamente di tono superiore dal punto di vista delle canzoni, ma sempre un pò sul piatto andante per quanto riguarda il contorno di ospiti, frizzi e lazzi, ricchi premi e cotillon.
Si comincia con Beppe Fiorello che con indosso la giacca  azzurra con cui Domenico Modugno vinse il Festival di Sanremo, si esibisce in un monologo-pubblicità sulla fiction che andrà in onda a breve e dove lui impersona proprio il cantante (uau, la prima fiction dove non muore!) e successivamente interpreta due dei più famosi successi del cantautore pugliese "Vecchio Frack" e "Tu si na cosa grande" dedicandola alla moglie di Modugno presente in sala, alla quale in seguito ha consegnato la giacca del marito.
E fin qui tutto bene. Voglio dire, Fiorello è un bravissimo attore, la sua interpretazione di Modugno non poteva non riuscire.
Ma ecco che la bastardata è pronta a colpirti, d'improvviso. Si, parlo proprio dell'arrivo di Bar Rafaeli. Ma io dico Fazio, autori, e pure tu Bar che ti presti a queste cose: ma si fa cosi? Si entra senza un minimo di avviso per i telespettatori? Quanto meno noi comune mortali, sapendo dell'entrata in scena di questa sottospecie di alieno, visto che mi pare chiaro e sotto gli occhi di tutti che noi e lei non apparteniamo alla stessa razza, ci saremmo un attimino preparate...chessò, una spazzolata ai capelli, un fil de rouge sulle labbra. O quanto meno avremmo tolto il pigiama da dentro i calzini, sopportando stoicamente il freddo! Invece no. 
Fazio annuncia l'entrata di Luciana, e invece in cima alle scale appare questa biondona d'azzurro vestita che sorridendo scende quella scalinata con grazia ed eleganza, accompagnata dagli "oohh" di stupore del pubblico presente all'Ariston. Ovviamente si sa, le modelle che vanno a San Remo non hanno nessun particolare compito se non quello di indossare abiti che noi nemmeno mettendoci a dieta da qui fino al 2015 potremmo mai indossare (credo che lei fosse vestita da Cavalli) e dire quattro-cinque minchiate che ogni uomo presente in sala o a casa, applaude nemmeno fosse la finale dei mondiali. Fortunatamente ci pensa Luciana a ridimensionare la cosa. "Posso chiamarti Chiosco?" chiede alla modella israeliana. Bar ci "delizia" della sua presenza per ben 4 volte, con 4 diversi cambi d'abito compresa una specie di tuta semi trasparente di pizzo che attira un' altra delle battute della comica torinese: "Ma non hai degli spifferi proprio li?". E se qualcuno se lo stesse chiedendo la risposta è si, sto scrivendo questo post sotto il naturalissimo senso dell'invidia che ti sovviene alla vista di Bar-Chiosco.
Ma passiamo ordunque, alle canzoni in gara che come già detto sono state qualitativamente un pelino sopra quelle della prima puntata:

Modà- Facendoli esibire per primi, probabilmente la direzione artistica ha voluto seguire la filosofia del "Via il dente, via il dolore". Ma perchè non proprio via loro dico io? Non me ne vogliano i fan del gruppo, ma io la combinazione "sole-cuore-amore" davvero non riesco a concepirla o a farmela piacere. Smelensi oltre l'inverosimile, banali oltre ogni limite. Se la battono con Mengoni per la vittoria.

Cristicchi- Lo ammetto, forse un pò deludente. Tanto da spingermi a twittare un acidulo "Attacca co Ti regalerò una rosa, ora che non se ne accorge nessuno". Ma bravo è bravo, piacevolmente leggero. Canzoni che forse meritano più di un ascolto per entrare in testa e nel cuore.

Malika Ayane- Ecco un esempio di come una donna notoriamente figa e al passo coi tempi, si trasformi nel suo esatto opposto quando si sposa. Con una pettinatura improponibile di un biondo acido-platino che ricorda vagamente Lady Gaga, l'Ayane si presenta sul palco con un vestito-sacca di liuta nero castigatissimo sul davanti e che rivela una mega apertura sulla schiena per far vedere un tatuaggio che personalmente, poteva benissimo rimanere nascosto. Ma Malika è bravissima, anche se passa la peggiore delle canzoni in gara.

Almamegretta- Piccola news: domani il gruppo verrà premiato dal MEI come band più rappresentativa della scena indipendente. Portano anche una canzone di Zampaglione, che ha scritto brani per metà dei concorrenti a quanto pare.Anche per loro giudizio positivo: forse poco amalgamati con l'ambiente sanremese, ma di sicuro meglio cosi, . Per noi e per loro.

Gazzè- Ora faccio prima una precisazione. A me Max piace. Pure se mi canta l'elenco del telefono. Ma non c'è effettivamente bisogno di lanciarsi in disquisizioni su una bravura che è oggettivamente sotto gli occhi di tutti. Per me è da podio, ma si sa a Sanremo di solito chi merita non vince.

Annalisa- Tesoro bello. Sei oggettivamente una bella ragazza. Roscia e con gli occhi verdi. E con una voce da ringraziare ogni secondo madre natura. Canti oggettivamente bene e quindi mi chiedo perchè ti devi ridicolizzare con certe canzoni. Ma soprattutto, ricordiamoci che siamo a Sanremo e dunque, adottiamo un look che non urli "sono appena stata a fare un pic-nic in campagna".

Elio e le storie tese- Geni. Geni assoluti. Si presentano sul palco vestiti da chierichetti e subito oscurano tutti gli altri. Cantano "Dannati forever" facendosi allegramente beffe della censura e non solo. Ma a passare meritatamente il turno è "La canzone mononota": una genialità di canzone basata esclusivamente sulla nota DO, con continui canti di tonalità, atmosfere e cantanti. Se Sanremo fosse ancora un concorso serio, meriterebbero la vittoria ad occhi chiusi.

Ed ora gli ospiti. Tralasciando le varie ed ancora, per la sottoscritta, inutili apparizioni degli annunciatori, eccezion fatta per Neri Marcorè nei panni di Alberto Angela che regala anche un simpatico momento ironico con Fazio nelle vesti di imitatore-Piero Angela, il resto è ancora una volta solo contorno e niente più. E cosi si alternano campioni di moto con mogli ex-Miss Italia, campionesse olimpioniche, cuochi. Bar invece presenta il connazionale  Asaf Avidan, cantante israeliano che ha generato in chiunque la stessa domanda: "Ah ma quindi è un maschio?" (vedere su Twitter per credere).Poi ovviamente, l'ospitone. Lei, Madama Sarkò, la madama Carlà. Torinese di origine e naturalizzata francese, la madamin delude tutti apparendo in cima alla scalinata vestita come un'impiegata dell'ufficio catastale che uscita dal lavoro, non ha avuto il tempo di andare a cambiarsi a casa prima di andare a cena fuori col marito impiegato statale. Non brilla in simpatia o in dinamicità, ma si presta a quello che è il momento comico della serata facendo da spalla ad una splendida Littizzetto che canta ironicamente "Lei ha una coscia che è alta quanto me" scimmiottando la famosa "Quelqu'un m'a dit" dell'ex-premier dame francese.


Serata anche per i giovani quella di ieri, che però lo ammetto, non ho "degnato" di particolare attenzione. Non meritata a mio parere, l'esclusione de Il Cile, con un testo che meritavano ben altra considerazione.


mercoledì 13 febbraio 2013

Buona la prima?

Ed è passata. La prima puntata del Festival  è passata, ed anche con un bel numero di telespettatori sembrerebbe, con il picco di  17 milioni durante la contestata esibizione di Crozza.
Ma partiamo dall'inizio.
Si comincia con l'apprezzato, personalmente parlando, omaggio a Verdi da parte del centenario coro dell'Arena di Verona che intona il famoso "Va pensiero". E poi eccola che arriva, probabilmente la seconda persona più attesa della prima puntata dopo appunto Crozza: Luciana Littizzetto sbarca nel teatro Ariston a bordo di una carrozza stile Cenerentola, con tanto di cocchiere, "Un esodato della Fornero", lacchè  tirati di tutto punto e quattro cavalli bianchi con pennacchio in fronte. E subito si esibisce con un suo must, un sempreverde: la letterina. Indirizzata proprio a San Remo, anche se come dichiara fin da subito Luciana "Non esiste nel calendario, nè in quello Maya nè tanto meno in quello Pirelli". Irriverente e pungente come sempre, e piacevolmente sopra le righe non risparmia frecciatine qua e la ai politici impegnati in campagna elettorale: "Grazie che non hai fatto gareggiare Samuele Bersani, perchè con quel cognome li non ne uscivamo vivi. Toccava anche trovare un Samuele Berlusconi e un Samuele Monti". La vera star della serata, e con ogni probabilità anche di quelle che seguiranno è lei, che ravviva la presentazione forse un pò troppo politically correct di Fazio che, va bene che ci sono le elezioni e che insomma non facciamo battutine facilone verso il Vaticano, però suvvia una pernacchia, una stoccata cosi tanto per non sembrare troppo educatori ACR..

Ma passiamo a quelli che, secondo il mio giudizio personale, sono state le cose migliori e le cose di cui francamente si poteva benissimo fare a meno.

In: L'esibizione della coppia gay. Attraverso una serie di cartelloni, probabilmente per sottolineare il fatto che viviamo in un Paese dove agli omosessuali non è ancora concesso nemmeno il diritto di avere opinioni, i due ragazzi ci spiegano in maniera semplice e allo stesso tempo non banale, che si amano e per questo vogliono sposarsi. Ma che, ahimè, a NeW York perchè in Italia non si può fare. E si, la lacrimuccia è scesa.

In: L'esibizione di Crozza. Nonostante due- tre teste di cucuzza, o di bagghiolo (termine calabrese), abbiano più volte interrotto il monologo del comico ligure, tanto da far intervenire più volte Fazio per sedare i facinorosi, Maurizio ci regala un momento di satira politica in piena par condicio, passando da Berlusconi a Bersani, da Cordero di Montezemolo a Ingroia, nonostante qualcuno abbia poi notato la mancata  presa in giro di Grillo. "Io questo Paese lo odio" dichiara nei panni di Berlusconi, prima di esibirsi nella parodia di "Formidable" ed iniziare ad attirarsi gli applausi ma anche i fischi  del pubblico; strepitoso anche nei panni di Bersani, giusto per far par condicio anche noi, che dipinge come un povero sfigato che attende pacificamente sulla riva del fiume di veder passare il cadavere del nemico, e si ritrova ad essere colpito dalla piena. Un'osservazione della realtà cinica ed amara, che rivista il giorno dopo quando già le battute si conoscono e si sta quindi più attenti a ciò che viene detto senza ricercare la risata a tutti i costi, più che appunto delle risate tira fuori  un pò di ansia per quello che succederà tra pochi giorni con le elezioni. Battuta migliore? Per quanto mi riguarda "La Germania viene da mille anni di Capetingi. Noi veniamo da vent'anni di uno che si tinge la capa".

Out: Gli ospiti. Prima di tutto: ma ci sono stati? Poco fa ho letto, ad esempio che quel tizio vestito come Enzo Miccio che in un giorno di pioggia si incontra e si scontra con Oscar Giannino, altri non era che Baumgartner il tizio che mesi fa, non avendo nulla da fare ha deciso di sfondare il muro del suono. E cosi anche tutti gli altri ospiti che avevano il compito di annunciare quale canzone proseguiva nella gara: nella totale indifferenza di tutti si sono succeduti Marco Alemanno, compagno del compianto Lucio Dalla, Ilaria d'Amico, Vincenzo Montella, Flavia Pennetta  e quelli la che giocano a calcio e  pallanuoto. Nessun momento rilevante, nessuna esibizione degna di nota, nessuna affermazione da far saltare i capelli in testa ai dirigenti Rai. Probabilmente anzi, i dirigenti Rai erano intenti a dare il via ad interminabili tornei di Ruzzle tra le prime file.

Ora, visto che fa tanto giornalista impegnato che ne capisce di musica, nella mia somma ignoranza e cretineria, voglio provare anche io a fare questa classifica delle canzoni in gara ieri sera. Prima di tutto: ma perchè mai farci sorbire ben due canzoni in gara? Comunque, rigorosamente in ordine di apparizione, ecco i miei giudizi.

Mengoni- Va bene, io sono un pò prevenuta contro chi spunta dai reality, e i primi minuti di Mengoni ho tenuto il televisore senza volume. Poi mi sono detta che questo lavoro comporta anche il soffrire, e quindi rialziamo. La voce Mengoni ce l ha, ti tira certi acuti da spaccare il servizio buono dei bicchieri, ma poi niente. Non rimane in testa il motivo, non ti viene voglia di andare a rivederti il giorno dopo l'esibizione su youtube. Passa "L'essenziale" che, come scritto ironicamente su Twitter da qualcuno, "L'essenziale è inascoltabile alle orecchie". Una banalità agghiacchiante dei testi, uniti al fatto che a cantarli è un ex dei reality: Mengoni ha tutte le carte in regola per vincere il festival.

Gualazzi- Ma dico io Raffaello. Dico. Ma cosi bravo, cosi artista impegnato che t'ascolta solo chi di musica ne capisce ( e che due maroni dico io) e poi mi fai questa figura barbina? Con quella voce roca e strozzata? Dai su, ti do il beneficio del dubbio, però la prossima volta impegnati di più.

Silvestri- Daniele, grazie. Grazie di vero cuore per aver preso parte a questo Festival ed aver impedito suicidi di massa tra il pubblico. Essì occhei, che la seconda canzone ricorda la sua Salirò, ma infondo chissenefrega? Comunque è passata la prima, con tanto di interprete per i sordi alle spalle e interpretazione da romanaccio doc. E comunque, io lo farei vincere anche se mi riproponesse Salirò e La Paranza.

Simona Molinari e Peter Cincotti- Informiamo i signori telespettatori che tramite televoto, sarà possibile donare un euro per comprare un vestito di stoffa vera, e non ricavato dalla carta dei regali di Natale, a Simona Molinari. E va bene si, siccome Cincotti sa suonare il piano egregiamente, lanciamoci in questa banalissima e già vista esibizione in stile swing degli anni della ricerca dell'oro in America.

Marta sui tubi- Ecco si, prima di tutto una domanda al gruppo. Ma insomma, collezionate successi su successi, date del tour sempre sold out: ma per quale motivo andare a Sanremo? Con il festival ci azzeccano poco e niente, ma piacciono. Mi piacciono. Non vinceranno manco per la cippa, ma saranno tra quelli che venderanno di più, alla facciazza del completo blue di Mengoni.

Maria Nazionale- Vestita come se fosse appena tornata dal matrimonio della cugina Concetta, la sua esibizione è a mio parere (lo sottolineo, è tutto soggettivo) la più penosa del festival. Va bene, Napul'è mille culure, Vedi Napoli e poi muori e chi più ne ha più ne metta: ma il continuo, trito e ritrito esaltare la canzone napoletana, rischia di trasformarsi in un pesante momento trash, da non ripetere. E si ripeterà invece, visto che passa proprio la canzone napoletana. Napule è a voce de criature, dopotutto.

Chiara Galiazzo-  Io a questo punto, sarei anche tentata dal denunciare tutti quelli che su Twitter hanno invaso, nei mesi passati, la home con hashtag per esaltare le doti canore della vincitrice di XFactor 2012.  Non spicca, perlomeno non nella prima parte: sottotono, sottovoce, sotto. Sarà anche l'emozione di un palco come l'Ariston, probabilmente, ma quella che i bookmaker annoverano tra le papabili vincitrici, per ora  arranca soltanto.


Ah, dimenticavo, la menzione speciale.
Toto.
Toto mio bello, con l'autoradio sempre nella mano destra e il canarino sopra la finestra che co sto freddo c'ha pure lasciato le penne. Ma perchè? Perchè darsi cosi una zappata sui piedi, dal nulla? Ma voglio dire, con tutto il trambusto delle elezioni tu mi porti sul palco l'Armata Rossa, facendo vedere a tutti che in Russia evidentemente i dentisti chiedono parcelle a cinque zeri? Ma se volevi fare qualcosa di esaltante, non potevi chessò, presentarti vestito di pelle come Gigi d'Alessio l'anno scorso, con tanto di ballerine trash e  remix anni 90?...


Stasera la seconda puntata, dove cominciamo con la presenza della prima gnocca: Bar Rafaeli. E sarà ospite anche Giacobbo, che probabilmente ci spiegherà il collegamento tra templari-sacro Graal e Festival di Sanremo.






martedì 12 febbraio 2013

Perchè Sanremo è Sanremo...Ancora?

E rieccoci qua: finalmente o purtroppo, per non far torto alle fazioni pro e contro, stasera ripartirà la maggiore kermesse di musica italiana. Ebbene si, ricomincia il caro Festival di Sanremo.
Ancora un pò provata dall'edizione dell'anno scorso, tra duetti improponibili, monologhi celentaniani incomprensibili e il toto-domanda "mutanda si-mutanda no" (quest'anno ce la siamo scampata sembrerebbe, causa gravidanza), ammetto che fino a poche ore fa non mi ero nè resa conto che proprio questa sera sarebbe ripartito l'evento, nè tantomeno mi sono informata su chi, cosa, come, quando e sopratutto perchè. Le uniche informazioni in mio possesso risalivano al 2012, quando venne annunciato che il fardello della presentazione e di tutto il relativo cucuzzaro sarebbero questa volta cadute su Fabio Fazio, già presentatore delle edizioni del 1999 e del 2000, e che ad accompagnarlo ci sarebbe stata la sua spalla di "Che tempo che fa" Luciana Littizzetto; ed in ultimo che Fazio avrebbe chiuso la porta, sprangato le finestre e messo di guardia il cane contro i cantanti spuntati fuori dai talent show. Ok, Fazio, avevi la mia approvazione, per una settimana ho anche seguito interessata gli sviluppi della situazione. Poi più nulla. E come succede a chi lascia che gli eventi scorrano senza controllo, quando appunto poche ore fa mi sono risvegliata dal torpore e sono entrata in mood sanremese, eccola li pronta ad aspettarmi la delusione. Ma come Fabietto? Voglio dire ero cosi entusiasta all'idea di non dover far continuamente zapping per risparmiare alle mie orecchie i vocalizzi vibrati della scuderia de filippiana..e adesso leggendo il programma per la serata mi ritrovo Mengoni, Scarrone e Galiazzo?E si che mi riporti gli Elio e le storie tese e che comunque non si può avere tutto dalla vita però... E invece apprendo felicissima che la classica gnoccolona di turno messa li giusto per far ricordare a tutte le donne che no, non siamo tutte uguali ma nemmeno per la cippa, non sarà presente se non nelle vesti di ospite: Bar Rafaeli prima e Bianca Balti dopo. Va bene, ce la posso fare. Posso riuscire a non maledirmi per il quintale di chiacchiere (frappe) che ho mangiato nei primi due giorni di carnevale.
E poi gli ospiti. Oltre alle già citate top model e a nomi italiani come Beppe Fiorello, Baudo e l'attesissimo Maurizio Crozza, gli unici ospiti stranieri, a meno che non ci siano sorpresone dell'ultimo minuto, saranno il cantautore israeliano Asaf Avid, Caetano Veloso e Carla Bruni: si, lo confesso, mi sono fatta quella domanda...ma non potevano chiamare Fiorello che imitava Carlà? Niente ospitoni da hit parade come gli One Direction dell'anno scorso, quelli che trattengono davanti al televisore tutte le ragazzine dai 13 anni in su che puntualmente poi lanciano 13 tweet al secondo per commentare anche solo il movimento dei capelli dei loro beniamini. Ed essendo io appassionata di musica classica, in particolare della sua, attendo con ansia l'omaggio che verrà fatto a Giuseppe Verdi nel corso delle puntate.
Ma, anche se un pò preoccupata, a causa dei bookmaker che danno quasi per certa la vittoria dei Modà, non posso ovviamente scrivere un post su qualcosa che ancora deve avvenire.
Ed effettivamente il mio interesse era più rivolto verso quella fantastica, meravigliosa, ed ispiratrice di molte delle mie frecciatine ironiche che proprio in questi giorni si risvegliano e, consentitemelo, ammorbano ogni spazio sociale (virtuale e non) di loro e nostra conoscenza.
Esattamente, parlo degli improvvisati critici musicali e/o presunti tali.
Quella figura "un pò mitologica e un pò pirla" ( per citare la Littizzetto) che in vista di un qualsiasi evento musicale che  sia Sanremo,  l'ormai defunto Festivalbar, o la gara delle voci bianche di Santa Maria di Leuca, spunta fuori dal nulla guardando tutti dall'alto in basso, e si mette a dispensare consigli musicali il più delle volte non richiesti.
Quelli che decidono che tu, misero plebeo, di musica non puoi mai capire quanto loro e che loro hanno l'ingrato compito di riportarti dalle vie dell'ignoranza a quelle della conoscenza musicale, indrottinandoti su chi deve essere meritorio del tuo ascolto e chi no. O più semplicemente, visto il contesto, quelli che inizieranno a martellare l'anima alla gente e a dispensare consigli sulla kermesse, sui cantanti, sulle note, sugli strumenti; consigli che poi a ben guardare, sarebbero capaci di dare in maniera molto più pertinente perfino le fan dei One Direction. Insomma, il classico esempio di persona che si sente intellettualmente elevato e musicalmente competente perchè qualche anno fa andava in giro con aria bohemiene e trasognata ascoltando Capossela (ma a ben guardare poi, mai una volta che fossero andati oltre  "Il Ballo di San Vito") e che l'estate scorsa invecefischiettavano e ciancischiavano in un romanaccio improvvisato, Mannarino.



Perchè Sanremo è Sanremo.
Orsù.


martedì 8 gennaio 2013

Le primarie della cultura

Capita ogni tanto, girovagando sul web, che nel mare di notizie sconcertanti da una parte ed inutili dall'altra, si trovi qualcosa non solo di appassionante e allo stesso tempo divertente, ma anche capace di risvegliare le coscienze. Sto parlando delle "Primarie della Cultura" evento promosso dal FAI- Fondo Ambiente Italiano. Il FAI è una fondazione senza scopo di lucro nata nel 1975 che opera per la salvaguardia del meraviglioso, e ormai troppo spesso trascurato, patrimonio artistico e naturale italiano annoverato tra i più ricchi a livello  mondiale. Un lavoro di restauro e riapertura di luoghi d'interesse culturale, sensibilizzando cosi il pubblico ad un maggiore interesse e soprattutto un maggior rispetto per quella che altro non è che la nostra Storia; impegni e missioni portati avanti scevri da qualsiasi connotazione politica, com'è giusto che sia. Ovviamente sarebbe riduttivo e superficiale sciorinare un semplice elenco dei risultati conseguiti da questa fondazione (per cui rimando al loro sito ). L'iniziativa che il FAI ha lanciato da poco, sono le già citate "Primarie della cultura". Attraverso un sito internet è possibile votare per 15 tematiche di carattere ed interesse culturale  dal finanziamento allo studio al destinare l'1% dei soldi pubblici per la cultura, passando per la salvaguardia di biblioteche e paesaggi; aprendo il sito si nota immediatamente la parodia, già di per sè evocata dal nome scelto per l'iniziativa, del confronto televisivo che i cinque candidati per le primarie del PD fecero prima delle votazioni: e cosi, al posto di Vendola,Bersani, Renzi, Tabacci e Puppato, ritroviamo schierati Dante, Giotto, Verdi, Leonardo da Vinci e Fellini. L'obiettivo è presto spiegato dal sottotitolo "Se non puoi scegliere il candidato, scegli le sue idee": come da tutti risaputo il 24 e il 24 febbraio si torna (Giubilo sia in tutto il regno) a votare. Ovviamente e, mi verrebbe voglia di aggiungerci un calabresissimo '' 'nsia mai'' con la ''presenza'' della legge Porcellum che obbliga quindi a votare per liste bloccate: il FAI con le Primarie della Cultura, intende far entrare tra gli argomenti delle prossime campagne elettorali il settore della cultura nei suoi molteplici aspetti. E' possibile votare dal 7 gennaio fino al 28, per un massimo di tre tematiche ed inoltre sarà possibile durante questo periodo commentare attivamente l'iniziativa attraverso twitter. Alla fine i temi risultati vincenti verranno presentati ai partiti che potranno pubblicamente impegnarsi, si spera, al raggiungimento degli obiettivi che gli elettori avranno decretato come più importanti.

Per quanto mi riguarda, ho scelto di dare spazio sul mio blog a questa iniziativa perchè ritengo che sia necessario che tutti intervengano per la salvaguardia di quello che è il nostro patrimonio più importante, e perchè è giunto il momento di dare spazio ai valori veri e coinvolgere i giovani in iniziative che abbiano come scopo quello di salvare DAVVERO il loro futuro, attraverso l'importantissimo settore della cultura troppo spesso relegato in un angolo, superato dalla logica della ricchezza e dell'ignoranza.


martedì 18 dicembre 2012

Mangiare macaron non vi trasforma in principesse francesi.

E finalmente anche io ho provato questi fantasmagorici e imperdibili macaron. A Milano ovviamente, perchè come le cose più in che esistano nel mondo e che arrivano in Italia, la prima tappa obbligatoria è sempre Milano. E quindi, recatami nella città meneghina, una tappa fondamentale dopo l'esposizione di Canova e la Pietà Rondanini, giusto per mescolare il sacro con il profano, è stato il luccicante e lezioso negozio di Laduree . Fondamentale perchè dopo le innumerevoli foto postate su instagram, fatta ovviamente ed ironicamente anche dalla sottoscritta, da utenti intente ad azzannare i dolcetti colorati, la curiosità di sapere se la loro fama è meritata o meno, verrebbe a chiunque.
Cosa siano i macaron ormai è inutile scriverlo visto che, complice anche l' immensa pubblicità fatta tra fashion blogger e il fortunato drama tv Gossip Girl, chiunque conosce perfettamente queste meringhe colorate e ripiene che leggenda vuole siano stati portati in Francia dall'allora regina Caterina dè Medici, anche se all'inizio non erano cosi fighi e le fashion blogger dell'epoca, perchè io sono convinta che le fashion blogger appestino l'umanità da sempre come le zanzare, anzichè perdere tempo a fotografarli li mangiavano e basta. Giusto per ribadire che si, francesi sarete anche fighi e avete tutta la mia ammirazione, ma comunque siete sempre un passo indietro. Anche se parliamo del 1500.
Se devo dare un giudizio soggettivo sul sapore di questi dolci, non sarei proprio positiva; ho preso due gusti: un classico nocciola e un più ''alla moda''petali di rosa. Il punto però è che il sapore si sente appena, viste le dimensioni del dolce: dopo un primo morso in cui senti solo di star masticando qualcosa ma non ti rendi conto di cosa,all'ultimo morso senti un retrogusto di nocciola che effettivamente è anche buono..ma è appunto l'ultimo morso. E quindi a meno che non si decida di spendere un piccolo patrimonio, perchè ricordiamo che i macaron non hanno un rapporto dimensione-qualità/prezzo ragionevole, si resta un pò con le pive nel sacco.
Quello che a me però interessa sapere, e in un certo presuntuoso modo spiegare, è com'è che un dolce, tra l'altro che esiste da più di 500 anni, abbia un successo cosi grande. La risposta potrebbe essere "le magiche mirabolanti imprese del mondo del marketing e della pubblicità". La prima a dare ai macaron un primo accenno di simbolo-feticcio è stata Sofia Coppola nel suo "Maria Antonietta" dove la regina francese, tra un ballo, vestiti infiocchettati e merlettati e un acconciatura improponibile, trangugiava elegantemente le meringhe ripiene. A questo proposito, ma perchè al 80 % delle volte Maria Antonietta viene rappresentata come una cretina prima e come una casalinga disperata di Wisteria Lane dopo?
Ma ritorniamo ai macaron. Già quindi con Maria Antonietta, le ragazzine e gli hipster di tutto il mondo erano entusiasti dinnanzi a questi bottoncini colorati,contenuti in deliziose scatolette. E l'accelerata finale alla celebrazione del dolce è stata data in tempi più recenti dal già citato drama tv Gossip Girl, dove la protagonista, che non per niente è fan proprio della decapitata regina francese, li mangia estasiata nella vasca da bagno o a spasso proprio per Parigi.
Il punto è che i macaron sono effettivamente dolcetti discreti dal punto di vista alimentare e del gusto (ma volete mettere con un bel maritozzo?)ma grazie ai gusti proposti (lavanda. ma chi diamine mangerebbe un dolce alla lavanda?la lavanda si mette nei sacchetti dentro gli armadi contro le tarme!)e soprattutto ai colori, mangiarli ti rende automaticamente chic e alla moda. O almeno questa è la convinzione che chi li fa e soprattutto chi li mangia vorrebbe in qualche modo far passare, complici anche appunto, le innumerevoli foto di fashion blogger ed aspiranti tali che quasi quotidianamente ci informano di come, recatesi a Parigi (perchè mangiare i macaron è senza dubbio cool, ma il top è mangiarli a Parigi) se ne siano altamente fregate di musei, mostre d'arte e simili, e tenendosi bene alla larga dal Louvre abbiano delapitato i risparmiucci nei negozi Laduree. E quindi, giù con le orde di ragazzine e non, convinte di raggiungere chissà quale livello di eleganza e raffinatezza, di diventare delle petit princess semplicemente mangiando un dolce.
Ma la verità è che certe cose sono innate e non le si acquista di certo mangiando e fotografando quello che prima era semplicemente un cibo e che adesso è diventato quasi tristemente un feticcio, un must have.
Le strane logiche di questa società: una volta si mangiava per sfamarsi o golosità, adesso perchè sennò non sei nessuno.



giovedì 15 novembre 2012

Il male è una forza reale. Una potenza grande almeno quanto il bene. Nell'universo, due forze antitetiche lottano per il predominio.


Per Sant’Agostino il male è non sostanziale. Non è pensabile che provenga da Dio, in quanto Dio è Amore, bensì solo dall’uomo. Per Kant, il male è profondamente radicato nella natura umana ed è impossibile estirparlo. Rousseau invece sostiene che il male è qualcosa che è al di fuori dell’uomo, che risiede negli aspetti terreni e materiali della società (ma non è forse la società composta da uomini?) e nell’800 Marx avrebbe spostato l’intera questione bene-male da un punto di vista politico e soprattutto della lotta di classe . Dal male come interno all’uomo e proveniente dall’uomo stesso ( e quasi del tutto impossibile da sconfiggere) della filosofia antica, si passa quindi a considerare il male come esterno all’essere umano ed eliminabile attraverso politica e scienza. Hanna Arendt nel suo famoso “La Banalità del Male” analizza il processo al gerarca nazista Eichmann: ciò che viene fuori dall’analisi della scrittrice, è che chiunque avrebbe potuto essere Eichmann. La cosa più spaventosa infatti che emerse dal processo era che egli era una persona completamente normale e ciò rendeva possibile che chiunque vi si potesse identificare. Sarebbe stato sufficiente essere privi di idee: Eichmann infatti non aveva idea, non si rendeva minimamente conto di cosa stesse facendo. Era lontano dalla realtà che lo circondava e questo per l’Arendt fu il male: essere inconsapevolmente strumento di un male superiore, in questo caso il nazismo, essere talmente banali da essere facilmente manipolabili dal male come fu appunto per Eichmann.
Ma fatte le dovute riflessioni su cosa sia il male per i filosofi e gli storici, la domanda che ultimamente mi sono posta è: il male è necessario?Come si potrebbe infondo definire cosa sia il bene se non avessimo un parametro di giudizio?Come posso dire di stare bene ed in salute se non conosco il male fisico? Se il male fisico non si fosse mai manifestato e non si manifestasse, io non saprei cos’è il benessere fisico. E sotto un punto di vista più morale, interiore, se io non ho mai provato dolore, angoscia, tormento, come posso essere sicura che ciò che vivo in assenza di questo  sia bene?Il bene è ciò che si manifesta in assenza del male, e viceversa il male è ciò che si manifesta in assenza del bene. L’uno e l’altro sono quindi reciprocamente dipendenti: uno non può esistere in presenza dell’altro ma contemporaneamente non può esistere senza l’esistenza dell’altro.  Non esisterebbero gli eroi se non ci fossero i mostri. Paradossalmente quindi il male è necessario. Il male serve per comprendere appieno cosa sia il bene. Se ci si ferma a pensare, tutto si basa sul contrasto bene o male: non apprezzeremmo la luce se non sapessimo cos’è il buio. E cosi che non conosceremmo l’amore se non sapessimo cos’è l’odio, né saremmo in grado di apprezzarlo completamente. I contrasti che creano equilibrio, principio alla base del concetto di Yin e Yang appartenente alle più antiche filosofia cinese e nelle sue religioni, Taoismo e Confucianesimo.
Si giunge quindi alla conclusione che il male sia necessario. Ma è quindi giusto tentare di estirpare la parte negativa, “malefica” che è contenuta in ognuno di noi? E’ giusto fingere che questa parte non esista, è giusto nasconderla e soprattutto non accettarla? Non sarebbe forse meglio educare le persone ad accettare che ognuno di noi contiene una parte malvagia, oscura, ma che ciò che conta è saperla vincere? Non sto infatti dicendo che accettando il fatto che ognuno di noi sia anche cattivo, si dia libero sfogo a questa parte che molti, per paura ma anche e soprattutto per ipocrisia tentano di tenere nascosta . Bisogna conoscere ciò che teniamo nascosto dentro di noi per poterlo tenere sotto controllo qualora si manifestasse in maniera eccessiva e per poter soprattutto capire cosa sia in realtà l'azione giusta da compiere. Ma negare la dualità dell’animo umano, il suo essere buono ed allo stesso tempo cattivo, è sbagliato tanto quanto lasciare completamente libere le pulsioni maligne che, ogni tanto, prendono chiunque.


mercoledì 31 ottobre 2012

"Senza amare sé stessi non è possibile amare neanche il prossimo, l'odio di sé è identico al gretto egoismo e produce alla fine lo stesso orribile isolamento, la stessa disperazione."

Tutte abbiamo avuto degli amori di carta: quelli che a dai 10 anni in su, ti prendevano per l'attore o il cantante di turno, specie se membro di una boy band americana (sono pur sempre nata alla fine degli anni 80). Dopo aver detto addio a malincuore all'eroe dei cartoni animati che ti aveva rubato il cuore (Milord, I love you)si attaccava il poster di suddetto nuovo amore alla parete della stanza, o dietro la porta, e si rimaneva per tanto tempo a fissarlo immaginando un'impossibile ed improbabile storia d'amore; io poi ero molto furba: siccome capivo che tra me e il cantante americano ci sarebbero stati dei problemi di comunicazione, vista la mia scarsa padronanza dell'inglese a 10 anni, risolvevo il problema rendendo lui capace di parlare in un italiano che Leopardi levati. Amare una popstar era fuori dalla realtà e l'amore che si provava era del tipo più romantico: nessuna lite, nessun problema quotidiano ad affliggere la meravigliosa vita a due esistente nella nostra immaginazione..anche perchè voglio dire...ovviamente la popstar era miliardaria, quindi vedete voi che problemoni poteva avere.
Però crescendo si cambia e,ammetto che  da piccola quando me lo diceva mio padre non volevo crederci, cambia anche il modo di amare. Infondo penso che tutti ripensando alla prima persona di cui si sono innamorati e quella di cui sono innamorate adesso, avvertiranno un diverso modo di amare (ovviamente mi riferisco alle persone che hanno dai 20 anni in su) più maturo e consapevole e forse anche più bello. Perchè si impara a conoscersi e di conseguenza, migliorano i rapporti con gli altri, anche se ammetto di aver sempre odiato la frase ''se ti ami ti amano''; l'ho sempre reputata una frase egoista e l'egoismo ha poco a che fare con l'amore. Invece, devo ammettere che, dopo esperienze personali, un pò di sano egoismo ci rende più forti e più capaci di amare, non fosse altro perchè ci rendiamo conto cosa non vorremmo che qualcun altro ci facesse ed anche perchè ci permette di capirci più a fondo, concentrandoci su noi stessi.
E cambia perchè cambia il nostro rapporto con la realtà: ciò che ci circonda non può essere altro, non è qualcosa di separato da noi e dalla nostra vita; e di conseguenza entra anche nel rapporto di coppia, influenzandolo ed influenzando il nostro modo di amare e di amarci. E la persona che abbiamo accanto non è più un immaginario cavalier servente, ma una persona separata da noi, con i suoi obiettivi, le sue ambizioni. Si arriva ad una dimensione di amore più alta e profonda, in cui si comprende che lasciare libera la persona che abbiamo accanto di avere i suoi spazi non equivale ad allontanarla da noi, ma anzi ad avvicinarla. "L'uomo è nato libero e dappertutto è in catene" diceva Rousseau: incatenato dai doveri, ogni uomo o donna cerca un rapporto che permetta di avere almeno quell'assaggio di libertà che il vivere in società non permette in maniera continua. Ecco perchè il modo di amare cambia con l'età, con l'entrata in contatto con la società e con la conoscenza di sè. Si acquisisce, dall'unione di questi tre elementi, una maturità tale che ci permette di vivere tutto ad un livello superiore, dove i rapporti non sono stretti ed incatenanti e proprio per questo molto più profondi e maturi rispetto agli amori adolescenziali.
Non più solo sentimento, ma consapevolezza di sè e di conseguenza, rispetto per l'altro.
E libertà.



lunedì 22 ottobre 2012

Il diritto allo sbaglio

Forse la  spasmodica e ossessiva ricerca della perfezione in noi e in ogni campo esistenziale, in ogni cosa, ci ha fatto completamente perdere di vista un aspetto della vita che dovremmo ricordarci essere sacrosanto e che dà il titolo a questo post. Ogni persona infondo porta con sè un bagaglio di esperienze ed errori che l'hanno appunto reso ciò che è: ed è sicuramente vero che uno sbaglio fa imparare di più di una vittoria, cosi come un calcio  ti fa fare più passi in avanti di una carezza.
Posto che qui comunque si parla di quegli errori che hanno il merito di insegnarti qualcosa e non quelli che ti fanno finire in galera o a pagare una cauzione, mi rendo conto sempre più che le persone hanno perso di vista la libertà del poter fare degli errori, di poter cadere, potersi sporcare per imparare qualcosa di nuovo e ripartire con qualche esperienza ed insegnamento in più. A cosa serve infondo arrivare al traguardo intonsi se non si è imparato niente? A cosa serve vincere se la vittoria non ti lascia niente, non ti ha insegnato anche una minima cosa nuova che va ad aggiungersi a quel bagaglio di esperienze che ti formano e che ti permettono di definirti uomo?.
Ovviamente questa tematica potrebbe far sorgere delle contraddizioni, perchè va innanzitutto stabilito di che tipo di errori si tratta e soprattutto chi ha il diritto di decidere che, effettivamente, vanno ritenuti tali. Infondo, la storia è piena di episodi in cui interi popoli sono stati sterminati perchè qualcun altro, improvvisamente o meno, ha deciso che quella cultura a cui apparteneva lui e il suo popolo era quella giusta e lui aveva il sacrosanto diritto di impiantarla in tutti i popoli in possesso della cultura sbagliata, perchè lui la riteneva tale.

Ma sbagliare, il diritto a sbagliare non deve essere preso come giustificazione da tutti, da chi per comodità preferisce non impegnarsi appellandosi poi a questo ipotetico diritto.

Il diritto a sbagliare deve essere preso in considerazione da chi si è dimenticato che gli errori non per forza servono a condannare o a farci condannare, da chi non si rende conto che in un giocattolo rotto c'è più storia e vita di uno lasciato integro dentro la sua confezione.

La gente va lasciata libera di sbagliare. E va lasciata libera di rendersi conto dei propri errori.
La gente deve avere il diritto di sporcarsi, come i bambini quando giocano coi colori.
Forse perchè cosi si può imparare veramente qualcosa sulla vita più  di quanto non si faccia con i libri scolastici o con la pomposa cultura esibita con orgoglio e presunzione da chi crede che tanto basti a formare un individuo.

Le persone più saggie che ho conosciuto in vita mia, infondo, erano persone che a scuola nemmeno c'erano andate.







martedì 28 agosto 2012

Non c'è grandezza, dove non c'è semplicità.



Diceva Tolstoj.

Se c'è un merito che dobbiamo riconoscere ai mezzi di comunicazione e al proliferare di social network è quello di essere una finestra su usi, costumi et similia sulle persone. Su quello che fanno, quello che pensano o semplicemente come sono.

Wharol chiedeva "Non è forse la vita una serie di immagini?"
E noi  è alle immagini che ormai affidiamo il compito di parlare di noi, di mostrare una parte di ciò che siamo e viviamo.

L'immensa mole di foto che social come instagram o twitter, o il sempre verde facebook ci permettono di ammirare/osservare/criticare ogni giorno/ ogni minuto pongono sotto i nostri occhi (un pò voyeuristici ammettiamolo) una sfilza di immagini che ci danno almeno in parte l'idea di chi sia la persona che posta la foto in questione.  E se tutto ciò è vero, se è vero che ormai i social network sono uno specchio di ciò che siamo, dobbiamo ormai accettare l'idea che la semplicità è cosa morta e sepolta, a dispetto di quanto diceva lo scrittore russo. Trucchi esagerati da donna vissuta (o meglio ancora, dei vicoli), vestiti sempre più ridotti che lasciano ben poco spazio all'immaginazione e al potere della seduzione, quella vera. Visi rifatti di ragazze che hanno al massimo vent'anni.
Gesti volgari, pose che vorrebbero emulare e  far ricordare le modelle ma hanno risultati al limite tra il grottesco e il ridicolo. Merce in bella mostra, avvalendosi banalmente e tristemente di un "il corpo è mio e ci faccio ciò che mi pare".
E non si sorride. Vedo sempre meno sorrisi nelle foto, con un aumento invece di sguardi finto-distratti che fa sempre molto fescion.
Oppure foto di giovanotti con l'aria trasandata da finto duro/menefreghista/antimoda/antisociale/originale che poi indossano la camicia firmata, gli occhiali (ovviamente i rayban, manco a parlarne) firmati e fanno la foto col cellulare ultraintelligente ultra costoso. Perchè va bene essere originali e controtendenza, ma se poi non c'è nessuno a notare quanto siamo dannatamente fighi e ribelli, che senso avrebbe?
E' l'immagine a contare, quello che gli altri vedono. Quello che noi vediamo degli altri conta ormai.
E noi possiamo dare qualsiasi immagine vogliamo, quasi fossimo degli attori permanenti su un teatro permanente.

E non ci si limita alle foto.
Anche il modo di scrivere, di esporre i pensieri diventa sempre più articolato, pomposo ai limiti della fastidiosità.
Uno sciorinare di paroloni volti ad impressionare per l'immensa conoscenza e cultura che si vuole dimostrare di avere e di saper padroneggiare, elevandosi dalla massa ignorante, dalla plebaglia.
Io immensa letteraria costretta a vivere in questo mondo di pecoroni ignoranti.



La semplicità è morta anche nel modo di scrivere.
"Se non si capisce cosa dice è geniale" dice una canzone.

E' come se si fosse instaurata una lotta sterminatrice verso tutto quello che è semplice e genuino; come se ormai semplicità fosse sinonimo di banalità, di noia. Ed ecco che fuggiamo via il più velocemente possibile per dimostrare che non siamo banali o noiosi, senza notare che ci massifichiamo sempre più.

Forse bisognerebbe riscoprire la bellezza di un semplice e spontaneo sorriso, non svalutarlo o banalizzarlo.
La bellezza di un gesto elegante e posato.
Bisognerebbe farsi conquistare da parole semplici, un pò come quelle dei bambini, non ostinarsi a lodare parole ricercate ma incomprensibili.


Che poi alle fine, non le capisce nemmeno chi le scrive.



"La semplicità è la principale condizione della bellezza morale"







mercoledì 22 agosto 2012

Quando la trasgressione diventa conformismo.

Quand'è che una moda di per sè trasgressiva, comincia a diventare obsoleta fino quasi al conformismo più totale?
Mi riferisco all'ormai normale e generale abitudine moda di ricoprire parti o l'intera epidermide con disegni, scritte, simboli incomprensibili ai più: in altre e semplici parole, la moda del tatuaggio. Per quanto possa sembrare una tradizione moderna, le origini del tatuaggio vanno fatte risalire sino al 3300 a.C.; è inoltre documentato l'uso del tatuaggio presso la religione cristiana nel periodo precedente alla sua ufficializzazione, ossia quando i cristiani non potendo manifestare apertamente la propria religione, solevano tatuarsi simboli di riconoscimento. In Italia nel 1992 è stata rinvenuta una mummia ( la mummia di Oetzi) con segni tatuati sul corpo, il che fa presupporre che questa pratica fosse in uso perfino nella preistoria.
Il significato del tatuaggio e del tatuarsi può essere diverso, e cambia ovviamente in base alle epoche e ai luoghi dove questo avviene. E mentre nell'antica Roma il tatuaggio si applicava sugli schiavi per renderli tutti uguali e riconoscibili come appartenenti ad un determinato padrone, il ruolo e il compito che oggi assume è al contrario quello di distinguere, particolarizzare, rendere unico chi lo porta.
O almeno era questo fino a qualche tempo fa.
Il dilagare sempre maggiore di questa moda ha ormai fatto perdere quello che in epoca moderna era il "compito" del tatuaggio; che sia un tribale o un disegno con un significato preciso, ormai imperano ovunque: in Italia solamente sono  ben 3 milioni le persone che ne hanno almeno uno;di certo un numero abbastanza elevato per essere ormai considerato come un fenomeno capace di suscitare stupore e critiche, ossia di essere trasgressivo. Questa moda ha visto una grande diffusione nel 2001 grazie al fenomeno mediatico nato in America (e dove sennò?) e conosciuto con il nome di Suicide Girl: ragazze, non necessariamente modelle professioniste, ritratte in pose seminude e sopratutto con i corpi coperti in più punti da immagini indelebili.
Ma quando una moda si diffonde, per quanto sia infondo questo il suo compito (ossia quello di arrivare alla maggior parte delle persone), si auto-immette in un processo di autodistruzione: paradossalmente una moda, specie quelle trasgressive, per rimanere tale e rimanere in vita deve limitarsi a rimanere confinata in una nicchia, di essere inaccessibile ai più.
Il tatuaggio infatti sta ormai perdendo quella che era la sua particolarità, riducendosi sempre più ad un capriccio estetico spesso senza alcun significato preciso, confermato dal fatto che ormai la maggior parte delle persone usano tatuarsi immagini, fiocchetti e stelline su tutti, non ricollegate a nessun evento o ricordo, come invece accadeva non molto tempo fa. Ironicamente il tatuaggio sta compiendo una specie di giro di boa: cosi come nell'antica Roma aveva la funzione di segno riconoscimento sugli schiavi, massificandoli ed eliminando ogni loro individualità e sopratutto eliminando il loro essere persone (ricordo che era proprio tramite un tatuaggio che i nazisti eliminavano simbolicamente l'individualità dei prigionieri nei campi di concentramento), sta a poco a poco tornando ad avere la stessa funzione, accrescendo sempre di più quel folto gruppo di persone che si considerano forse e ormai a torto trasgressive e particolari.
A mio parere, la particolarità e la trasgressione del tatuaggio non esiste più, cosi come non sono più considerate trasgressive le persone che si tatuano. Dalla trasgressione alla normalità, quasi al conformismo.
E infondo quasi rassicurante, proprio per quel mix di violazione delle norme non scritte ma eticamente condivise e quel conformismo che ha ormai reso blanda e tranquilla questa moda.



domenica 12 agosto 2012

Hard Rock Records

Avete presente l'Hard Rock Cafè? Quello delle magliette bianche che, parere personale, in quanto a bruttezza fanno concorrenza alle borse da shopper con su il nome della città in cui ci si trova?
Il colosso della ristorazione vanta ben 145 Cafè in tutto il mondo e 12 hotel, oltre a casinò ed arene per concerti;sei anni fa ha dato vita ad uno dei più importanti festival rock del mondo, che si tiene ogni anno nella londinese Hyde Park e che in quest'edizione ha regalato un memorabile incontro live tra Paul McCartney e Bruce Springsteen; adesso è giunta la notizia che sta per imbarcarsi in una nuova avventura: sta per arrivare l'etichetta discografica del ristorante, chiamato, udite udite, "Hard Rock Records". Un'operazione forse commercialmente rischiosa, vista l'attuale sfavorevole congiuntura in cui si trova il mercato discografico, sempre più surclassato dalla discografia online. Ma i tre ideatori dell'operazione, John Galloway, Blake Smith e James Buell si dichiarano fiduciosi ed infatti hanno già firmato il loro primo contratto con Rosco Bandanda, già esibitosi al festival sopracitato e di cui qui potete vedere un'esecuzione live del 2011: http://www.youtube.com/watch?v=wF8wQ96SYJw.

Ma dove sta la novità principale di quest'etichetta che dovrebbe ufficialmente essere inaugurata a settembre?
Semplicemente che i tre fondatori non vogliono fare soldi. E' tutto basato sulla logica del "no-profit": per anni il progetto discografico è stato rimandato proprio quando si arrivava davanti alla questione dei soldi, su come ottenerli; alla fine, in maniera semplice ed anche un pò naif, si è giunti alla soluzione del dilemma decidendo appunto di non fare soldi. Un'operazione filantropica. Apparentemente.
Si perchè la casa discografica metterà sotto contratto 4 band ( o cantanti) l'anno,sostenendoli per un intero anno con le normali operazioni del settore: incisione dell'album, video, tour, promozione. E nel frattempo, si cerca un'altra casa discografica (magari un pezzo grosso) che sia disposta a mettere sotto vero contratto il gruppo o il cantante in questione, che comunque potrà tenere ogni centesimo guadagnato con l'Hard Rock Records. E loro come guadagnano? Nella maniera più furba e redditizia che possa esistere: pubblicità.
Tutta un'immensa, gigantesca operazione di marketing giocata sul talento (altrui) per rilanciare (anche se effettivamente non ce n'è bisogno) l'immagine e la streets credibility del marchio. E questo, si sa, frutta molti soldi.

Marchio che ormai non ha più bisogno di presentazioni, visto che i ristoranti di tutto il mondo sono ormai luoghi di culto e il merchandising va dalle spillette ai canali a rotazione musicale no-stop. Infondo, c'è da dire per i pochi che non lo sapessero, che i ristoranti  Hard Rock oltre a prezzi abbordabili per il mangiare, offrono la possibilità di ammirare "cimeli storici" come le chitarre di Jimi Hendrix e gli abiti indossati dai Beatles. Oggi tutto ha un aria più industrializzata e meno da club per appassionati del genere: e cosi non potrebbe essere altrimenti, visto l'immensa collezione appartenente al colosso che si dice si aggiri intorno ai 30 milioni di dollari e che iniziò quando Eric Clapton chiese di appendere la sua chitarra sul muro dietro il suo tavolo preferito, per indicare a tutti che quello era il suo posto. Da li in poi, fu un susseguirsi di cimeli, alcuni ancora conservati, altri battuti all'asta.


Insomma, fin'ora il marchio londinese è stato una miniera d'oro.
Resta da vedere se la casa discografica seguirà l'aureo destino di ristoranti, alberghi e club.






domenica 5 agosto 2012

Bye bye Baby.

Il 5 agosto di 50 anni fa si spegneva a soli 32 anni la donna sex-simbol per eccellenza, "titolo" affibbiatole dall'immortale Marlene Dietrich, Marilyn Monroe. Nata Norma Jeane Baker, vive un'infanzia che meriterebbe un posto d'onore tra i racconti Dickensiani: padre ignoto, madre schizofrenica ed incapace di prendersi cura di lei ed una serie continua di affidi e adozioni, che si portano dietro storie di violenze ed abusi sessuali. La sua carriera inizia nel 1945 quando il fotografo David Conover le propone di lavorare come modella per alcune fotografie che sarebbero servite a "tenere alto" il morale delle truppe americane impegnate nella seconda guerra mondiale in Europa; a poco a poco le sue foto fanno il giro del mondo, e lei viene  messa sotto contratto da una delle più grandi agenzie pubblicitarie del mondo: le schiariscono i capelli, le insegnano a sorridere e ad usare il giusto tono di voce. Il mito Marilyn comincia ad affacciarsi sul mondo di Hollywood. Il nome che poi l'avrebbe consacrata nell'immaginario collettivo, e che sarebbe diventato praticamente un marchio, fu scelto dalla diva insieme al regista Ben Lyon: inizialmente la scelta era caduta su Carole Lind, in onore dell'attrice Carole Lombard e della soprano svedese Jenny Lind, ma fu l'unione tra il nome dell'attrice Marilyn Miller e del cognome Monroe della nonna materna di Norma ad avere la meglio.
Senza elencare le disavventure professionali a cui andò incontro l'attrice (si dice addirittura che per un periodo dovette prostituirsi sulla Sunset Boulevard), l'incontro che avviò Marilyn sulla strada del successo cinematrografico avvenne il capodanno del 1948: il talent scout Johnny Hyde, già scopritore di Rita Hayworth, notò la bionda attrice e convinto che sarebbe diventata una diva del grande schermo, convinse la Metro Goldwyn Mayer ad inserirla nel cast di "Giungla d'asfalto"  e "Eva contro Eva" accanto a Bette Davis.
Senza soffermarci sui successi o meno dell'attrice, che comunque si lamentò sempre dei ruoli da dumb blonde che le venivano continuamente proposti, a distanza di 50 anni dalla sua morte, quello che rimane impresso oltre alla sua bellezza ed avvenenza, è l'alone di infinita tristezza e solitudine che aleggiava intorno alla diva dai capelli di platino. Oltre alla già citata e triste infanzia, l'attrice collezionò una serie di amori sbagliati e deleteri, a cominciare dal celebre matrimonio con il giocatore di baseball Joe Di Maggio culminato in un divorzio nove mesi dopo e, secondo le indiscrezioni dopo alcuni episodi di violenza subiti dall'attrice. E poi quello con Arthur Miller, un'unione definita inconciliabile quanto quella di un gatto con un gufo: l'attrice si accollò, è il caso di dirlo, il mantenimento del marito e perfino quello della sua ex moglie. In quel periodo Marilyn aveva già iniziato a fare grande uso di droghe ed antidepressivi a causa anche di numerosi aborti, con cambiamenti di umore che andavano dall'euforia più sfrenata alla depressione più nera: il comportamento instabile di Marilyn e la differenza caratteriale inconciliabile portarono al secondo divorzio.
La fine del matrimonio con Miller la condusse ad uno stato depressivo tale che divenne dipendente dai farmaci fino a dover essere ricoverata in ospedale per dieci giorni, facendo parlare i giornali dell'epoca di essere ad un passo dalla morte. La salute dell'attrice e le sue condizioni psicologiche subirono un duro colpo quando Frank Sinatra, con il quale aveva iniziato una relazione poco dopo il divorzio da Miller, annunciò il suo matrimonio con Juliet Prowse e Arthur Miller il suo secondo matrimonio con Inge Morath:
Ma l'incontro fatale per Marilyn fu quello con i Kennedy: amante prima di John, quando lui si stancò, lei divenne l'amante del fratello Bob. Lo stato di Marilyn in questo periodo subì una ripresa, dovuta anche alla sua convinzione che da li a poco si sarebbe sposata con "un uomo molto potente ed importante" come lei stessa diceva spesso ai suoi amici. Ma l'epilogo di questo ennesimo turbolento e distruttivo rapporto, è ben diverso da come lei l'aveva immaginato: secondo alcune indiscrezioni Bob Kennedy si recò a casa dell'attrice il 4 agosto del 1962, il giorno prima che l'attrice venisse trovata morta dal suo psichiatra personale. Secondo alcune tesi complottistiche la presenza di Kennedy nell'appartamento dell'attrice il giorno prima della morte non fu casuale; il fratello del presidente voleva infatti lasciare Marilyn che era intenzionata a dichiarare pubblicamente la loro relazione, e questo avrebbe potuto inficiare la carriera politica dei Kennedy.
Ufficialmente fu dichiarata suicida, ma l'ipotesi dell'omicidio negli ultimi anni prende sempre più piede.

Persona triste e sola Marilyn. Come attrice ammetto di non averla mai considerata granchè, ma mi ha colpito l'infinita tristezza che aleggiava intorno a lei, quell'aurea di malinconia e solitudine che si portava dietro. Lontana anni luce da quello che il suo personaggio rappresentava: la sensualità e solarità (e anche un pò stupidità) dei personaggi da lei interpretati nei suoi film erano ben distanti dall'insicurezza e dal marcato bisogno di affetto che ha caratterizzato la diva. La mancanza di una famiglia alle spalle e di quell'affetto che naturalmente tutti hanno e che contribuisce alla formazione del carattere e della sicurezza di ognuno, hanno sempre segnato la vita affettiva dell'attrice, che si trovava sempre in una ricerca continua e disperata di amore. Un urlo disperato che veniva sentito dalle persone più sbagliate, sciacalli pronti a sfruttarla per la sua bellezza e la sua immensa fragilità, per poi abbandonarla nuovamente, di nuovo preda di paure e bisogni affettivi. Una spirale continua di distruzione ed autodistruzione, come divenne dopo che iniziò, probabilmente per il troppo stress emotivo, a far uso di droghe e psicofarmaci cercando in loro quell'aiuto che le persone non erano in grado di darle. O forse non volevano visto che una diva fragile e sotto stress è più facilmente manipolabile. Si dice che negli ultimi anni della sua vita divenne schizofrenica: forse il suo bisogno di essere amata era semplicemente arrivato al culmine, la sua disperazione e la sua solitudine erano arrivati ad un punto tale che indietro non si poteva tornare; e infondo fu proprio quell'amore che lei tanto cercava a condurla nelle braccia della morte. E anche dopo la sua morte, gli sciacalli pronti ad accanirsi su di lei non mancano: pochi giorni fa, un museo americano di arte moderna ha aperto una mostra sull'attrice e in bella mostra sul cartellone campeggiava la scritta "Entra a vedere tutte le boccette di pillole vuote di Marilyn!".
L'america, il paese che crea i sogni e distrugge i sognatori.






venerdì 20 luglio 2012

Donne in carriera. Non in Italia ovviamente.

Mentre nel nostro Paese la percentuale delle donne presenti sul mercato è la più bassa d'Europa, in America una donna diventa CEO (amministratore delegato) di una delle più importanti internet company, ossia Yahoo. La donna in questione è Marissa Mayer, bionda (oggettivamente figa ci aggiungo io), passato da ballerina classica e con una grandissima esperienza alle spalle: è laureata con lode in Scienze Informatiche alla Stanford University (sono andata a dare un'occhiata e pare che alcuni studenti di questa università abbiano fondato poi compagnie come Google o la stessa Yahoo, e che alle ultime Olimpiadi di Pechino gli studenti che hanno partecipato hanno vinto ben 25 medaglie) con una specializzazione in Intelligenza artificiale e con il dottorato honoris causa assegnatole per la sua ricerca sul campo; lavorativamente parlando invece, ha lavorato per 13 anni in Google, prima neolaureata assunta con il titolo di ingegnere, fino a diventarne vice presidente. Fa parte dei seguenti consigli d'amministrazione: S. Francisco Museum of Modern Art, S. Francisco Ballet, New York City Ballet, Cooper- Hewitt,National Design Museum e Walmart. E tutto questo a soli 37 anni. E nel 2008, a 33 anni,è stata inserita da Forbes nella lista delle America's 50 Most Powerful Women in Business, risultandone come la più giovane manager mai apparsa nella classifica, e dalla lista non si è in effetti più mossa.
La cosa più bella e che segna la nettissima differenza e distanza con il nostro Paese, è che mentre i media annunciavano la nuova carica di CEO della Mayer, lei, tramite il suo twitter, annunciava al mondo di essere in dolce attesa.
Bella, giovane,incinta e in carrierissima. In America  (e diciamocelo, praticamente in tutto il resto del mondo industrializzato) l'ascesa al ''potere'' di questa bella bionda appare semplicemente come il giusto coronamento e riconoscimento di una carriera scoppiettante e anche di un duro lavoro e di tanto impegno; da noi, in Italia appare come la trama di un film che (ovviamente) nemmeno in quel caso si svolgerebbe nel nostro Paese. Secondo una ricerca di Cerved group riguardante la presenza e il ruolo delle donne nei consigli d'amministrazione delle società di capitale di maggiore dimensione (ossia quelle che nell'ultimo bilancio hanno superato o raggiunto 10 milioni di euro) è risultato che in Italia su 100 imprese 71 non hanno nemmeno una donna nel loro CdA, 29 hanno una sola presenza femminile (e di minoranza) e solo una società ha un numero pari di uomini e donne. E quelle che fanno parte dei CdA non hanno meno di 45 anni.
Ma perchè tutta questa differenza?
Semplicemente perchè l'Italia è la prima in classifica (Eurostat) per quanto riguarda il tempo dedicato al lavoro domestico. E questo ci spiega praticamente tutto: una delle (se non la) principali cause del mancato ingresso del lavoro ( o del proseguimento di carriera) è la mancanza di supporto all'attività domestica, che causa un sempre maggiore ricorso al part time.
Da noi è stata da poco approvata la riforma del lavoro voluta dal ministro Elsa Fornero: uno dei punti principali è la conciliazione tra lavoro e famiglia, introducendo sia iniziative specifiche per le madri lavoratrici che il congedo di paternità obbligatorio. Congedo che però dimostra un'altra netta differenza con il resto dei Paesi industrializzati: nei Paesi scandinavi il congedo di paternità raggiunge le due settimane, da noi solo tre giorni. 
E sappiamo benissimo che un uomo alle prese con un bambino, nella maggior parte dei casi, in tre giorni fa solo più danni*.


In Italia insomma, il tempo  per la donna si è fermato e a ben guardare, alla maggior parte delle persone va bene cosi: l'immagine di donne manager rimane ancora un miraggio, uno scenario da film televisivo o meglio ancora cinematografico (cosi la distanza con la realtà aumenta ancora di più). Da noi la donna è ancora e soprattutto mamma, sforna figli, sforna torte, sforna camice pulite e stirate per compagni e mariti che vanno a occupare posti manageriali che noi ci possiamo sognare.
Il divario con (gli altri) i Paesi industrializzati si fa sempre più netto e difficile da colmare. Basti solo pensare al numero di neolaureati (in questo caso prendiamo in considerazione solo le donne) che scelgono l'estero per proseguire sia la loro formazione, sia per iniziare un percorso lavorativo che darà loro più soddisfazione, e le porterà più in alto, di quanto non possa fare il rimanere in Italia.






*: frecciatina sessista, concedetemela.


mercoledì 11 luglio 2012

Uomini, omuncoli e quaquaraqua.

Gli europei sono ormai alle spalle ed anche la figura barbina che l'Italia ha rimediato in finale contro una Spagna oggettivamente più forte. Ma finiti i tiri al pallone, gli azzurri fanno quello che gli riesce meglio: gossip. No, questo non è un post sul calcio; ma è in un certo senso il calcio che mi ha ispirato: da qualche giorno, la notizia che ha preso il posto di allenamenti e partite della nostra nazionale, è quella che Balotelli aspetterebbe un figlio dalla ex fidanzata Raffaella Fico. No, non è nemmeno un post sul gossip e sulle presunte gravidanze (ma tanti auguri comunque). Ma, mentre mi dedicavo al nobilissimo sport della nulla facenza post esami, leggendo il tam tam di ''Il figlio è tuo fai il test del dna'' '' No, non è mio'' e vedendo le foto del calciatore intento a farsi fare massaggi anzichè stare vicino alla donna che porta in grembo suo figlio, mi è sorta spontanea una domanda: ma noi donne quale disgrazia/peccato abbiamo mai commesso per aver a che fare con gli uomini, il cui cervello si rimpicciolisce man mano che proseguiamo negli anni?Ma non bastavano quei meravigliosi periodi che ci prendono ogni 28 giorni?
Ma gli uomini, " quelli di una volta" sono veramente tutti spariti? Parliamoci chiaro, non sto facendo un discorso generale, lo so che ci sono anche uomini vecchio stampo, capaci di prendersi le proprie responsabilità senza essere preda di attacchi epilettici stile L'esorcismo di Emily Rose. Solo che, o sono scema io, o al momento non ne vedo. Faccio ovviamente una restrizione del campo d'indagine: io faccio parte di quella fascia d'età, 24-30 (oddio, che odio scrivere 30!) in cui, se le donne maturano quasi completamente e cominciano ad entrare nell'ottica che prima o poi avranno (volendo) una famiglia, l'uomo invece fa il procedimento inverso, e forse proprio per il pensiero di avere un giorno un impegno come quello di una famiglia, regredisce di almeno un decennio grazie a quella meravigliosa cosa chiamata "Sindrome di Peter Pan". E cosi, anzichè impegnarsi in una relazione stabile, l'uomo di suddetta fascia preferisce liberarsi di tutti gli impegni, magari presi precedentemente, per darsi alla pazza gioia ed andare alla ricerca di quel tipo di donna che invece non rientra nella classificazione fatta poc'anzi, e di cui però evitiamo di dare la definizione (sebbene abbiamo capito perfettamente quale sia) giusto per non urtare la sensibilità di qualcuno (cosi fa anche blog importante). E cosi, messa da parte la compagna e gli impegni seri presi probabilmente in un raro momento di maturità paragonabile al passaggio della cometa di Halley, l'uomo in questione comincia a sfarfallare in giro, saltellando di erbetta in erbetta (non fiori, erba, erbaccia) come Fiocco di Neve di Heidi; collezionando cosi una serie di flirt che riempiono il letto, gonfiano l'ego e ti sgonfiano il cuore...e ti liofilizzano il cervello. Eppure pare che agli uomini faccia veramente piacere comportarsi con in cervello in modalità off line e ricercare le emozioni più superficiali possibili. Fin quando, improvvisamente (evidentemente sta ripassando la cometa) non si rendono conto di volere qualcosa di più nella vita e tornano sui propri passi, sperando che intanto la ragazza abbandonata in stile Madama Butterfly non abbia deciso di mollare il colpo. E alle fine il povero rimbecillito, resosi conto della sovrumana cazzata compiuta, rimane a prendersi a sberle da solo. A meno che, caso unico più che raro, non abbia la fortuna di avere accanto una donna molto più matura e capace di capire i semplici meccanismi che regolano il cervello maschile.

Ma visto che sono una persona oggettiva, e non voglio fare torto a nessuno, c'è da dire che come regrediscono alcuni uomini, certe donne non sono da meno. C'è da dire che il meccanismo che spinge alcune ''donne'' a comportarsi in certi modi, per me rimane ancora più incomprensibile di certe formule matematiche. Voglia di piacere, insicurezza, esibizionismo o pura e semplice, perdonatemi e passatemi il termine, zoccolaggine?
E soprattutto, le donne che cosi non sono, come devono comportarsi di fronte agli ''attacchi'' di questa sottospecie di genere femminile?
Mi tocca qui riportare alla luce fatti personali di pochi anni fa. La storia è la solita, classica. Lui e lei, sintonia meravigliosa. Poi ovviamente l'altra. No, non l'amante. L'amica che, stile cozza attaccata allo scoglio, non si riesce a scollare da lui nè accetta il fatto che questo fantomatico rapporto meraviglioso che lei crede di avere con lui esiste solo nella sua testa. Io ci perdevo il sonno. E la salute. Trovavo (si vabbè trovavo..dai,l'abbiamo fatto tutte di dare la sbirciatina...) messaggi della suddetta tipa in questione in cui aveva il coraggio di lamentarsi perchè lui, dopo una serata passata insieme con i loro amici, o dopo una cena a casa sua ( e qui io faccio un applauso alla mia maturità che mi consentiva di non lanciargli bombe al napalm quando mi diceva che andava a cena a casa di un amica) lui non rimaneva a dormire a casa sua (precisazione necessaria: dormire come amico). E ovviamente io che sono matura e aperta di mente, ma sono pur sempre una donna del sud, dopo un iniziale momento in cui scartavo l'ipotesi di prendere a criccate sui denti la tipa (anche perche le avrei fatto un favore) optavo per una "non pacifica- ma decisamente meno sanguinolenta" discussione in cui lui mi spiegava che si, questi atteggiamenti infastidivano parecchio anche lui, cosi come tanti altri che lei aveva nei suoi confronti e che più volte lui stesso le aveva spiegato che certe richieste non poteva avanzarle, seppure si trattasse di richieste in amicizia e che comunque questo fantomatico rapporto di amicizia lui non lo viveva minimamente come da lei invece descritto. A questo punto mi chiedo: cosa spinge una donna a comportarsi in questo modo, pur sapendo di essere causa di litigi? E' forse proprio l'essere causa di litigio tra due persone ciò che  da maggiormente soddisfazione? L'essere l'elemento di disturbo?
E le donne che cosi, per carattere o per mentalità, non si sanno comportare...come devono comportarsi davanti a cose di questo genere? Lasciare passare mostrando una maturità e quella stramaledetta (lei e chi l'ha inventata) apertura mentale o mettere il disgraziato davanti alla classica scelta ''O me o lei''? Se qualcuno me lo spiega, mi fa un immenso favore.